Senza titoli.

Il problema è che rimani la parte sottintesa. Anche ora che non ci sei più, sei ovunque. Nessuno pronuncia il tuo nome da mesi ormai, nemmeno io. Quasi nella speranza che tu possa davvero sparire dalla mia mente. Ma ci sei ora, come ci sei sempre stato. E no, non sono così illusa e sciocca da pensare che per te sia la stessa cosa. So che sono un vago ricordo per te. E non pretendo certo che sia diverso.

Solo mi sono arresa alla tortura di doverti per forza escludere dai miei pensieri. Ti ho lasciato libero nella fortezza della mia mente. E vaghi impazzito, entrando in tutte le stanze; perfino quelle che non ti sarebbe concesso visitare. Ma te ne freghi, ora come quando eri reale. Prendi tutto quello che puoi, ciò che ti appartiene e quello che non ti riguarda. Parli in continuazione, ti mescoli alle mie di parole. E ridi; di me, di ciò che di te mi resta.

Io e me.

I personaggi rivestono un solo ruolo nel loro spettacolo. Il lupo è cattivo, la volpe è furba, la strega cattiva, la principessa bella e gentile, il principe coraggioso. Io voglio essere qualcosa. Voglio poter dire di essere quell’eroina sulla scena della mia stessa vita. Senza dover calare trecce da una torre, o sperare che un cacciatore tagli la pancia del lupo che mi ha mangiata; farmi infilare la scarpetta che mi sta a pennello o lasciare che a salvarmi sia un principe con il bacio di vero amore, possibilmente prima della mezzanotte.

Essere la mia eroina e avere comunque tutte quelle cose. Saper stare da sola, senza che questo voglia dire esserlo necessariamente. Amare, e per una sola volta, essere amata.

Per questo, quando sbaglio per l’ennesima volta i miei calcoli, ricomincio.

Mentre sono sul divano, in preda ai conati, provo a ricominciare. Dio solo sa che cosa avrei intenzione di costruire. E sempre lui solo sa da dove parto.

È come essere distesi sulla terra, perder sangue da un numero di ferite che non riesci più a contare, e non sentire nulla. Stare inermi a contatto col suolo, in attesa che una folata di vento mi porti dall’una o dall’altra parte.

C’è ancora una parte di me, quella ancora viva. La parte migliore di me, oserei dire. Oh, lotta. E io ghigno guardando la sua agonia. Lei muore e io rido. Sembra guardarmi in segno di resa ma io non vedo l’ora di annunciare la sua fine. E, quando la vedo finalmente deporre le armi, piango.

Così la recupero con le mani tremanti di chi capisce di aver fatto una sciocchezza e la porto con me. La nascondo sotto il mantello per vergogna; la tengo al caldo, sentendo i suoi ultimi respiri. Le lacrime salate cadono a bagnarle la fronte, sembra sorridere. E non posso pensare ad altro se non al fatto che è bellissima, inerme e fragile nelle mie mani peccatrici; di chi non ha tenuto abbastanza alla cosa più bella che aveva. E che ora in un grido di frustrazione tenta di salvare a tutti i costi.

Potrebbe essere troppo tardi, lo so benissimo, ma non ho altra scelta e mi tocca provare. Dopotutto l’ho detto, è la parte migliore di me.

Arrivo in un vecchio pezzo di terra, lo conosco da quando ero bambina, ci torno spesso. Ultimamente non così tanto, ma solo perché qui prima c’era una reggia; bellissima, l’avevamo costruita insieme, finché lui l’ha buttata giù. Vedere quel terreno vuoto mi metteva troppa tristezza, ho smesso semplicemente di andarci. Ora però ci torno perché è l’unico posto che mi viene in mente e paradossalmente, contro ogni istinto di sopravvivenza, mi sembra il più sicuro.

Così, raccolgo dei pezzi di legna, qualche mattone, perfino qualche pezzo irriconoscibile della vecchia casa. E comincio a tirare su qualcosa. Non è molto, una capanna sarebbe invidiabile rispetto a questa; ma è tutto ciò che per ora riesco a fare. La porto dentro, accendo un fuoco. Sembra addormentarsi al tepore di quel calore inaspettato.

Sembra sollevare le palpebre e guardarmi con fare interrogativo. Non c’è bisogno che mi faccia nessuna domanda, so cosa vuole chiedermi. Perché lo stia facendo. Ed io, per la prima volta, non so cosa rispondere a me stessa.

Siamo la stessa cosa, e due cose diverse. Simili, e opposti. Morte, e straordinaria vita. Io ed io. Così, le prendo la mano e sento quasi riappartenermi. Come un’ombra, per un attimo torna al suo posto, a seguirmi docile ovunque vada.

Sul divano, in preda ai conati, scrivere mi calma. Un sedativo dell’anima, mi tiene in una quiete che so essere provvisoria. In una vita potenzialmente straordinaria che rendo disgustosamente ordinaria. E anche di meno, se possibile.

Sto lì, ancora sdraiata sul suolo di una terra che non riconosco più, senza piangermi addosso. Alla fine di una serie di fasi definite apposta per il mio problema. Seguite una per una, io sono andata oltre, ho superato l’ultima. E sono l’oblio.

Poi però, riemergo, riprendo fiato per un attimo prima di scendere di nuovo sotto la superficie dell’acqua.

È sempre lei, sono sempre io. Come un’ombra, per un attimo torno al mio posto, a seguirla docile ovunque vada.

 

Fiori di strada.

Vi sono dolci, modeste tenere anime che fioriscono delicate e fragranti in tranquilli siti ombrosi; vi sono invece fiori da giardino, grandi come bracieri di rame, capaci di fissare il sole e fargli abbassare la faccia.

Così Thackeray dice con un sorriso nella Fiera delle vanità, meglio (sicuramente) conosciuto col titolo Vanity Fair (no, non il settimanale di moda e gossip). Un libro che avevo sottovalutato, forse anche odiato quando ho cominciato a leggerlo. L’avevo soprannominato ‘il tomo infinito’.

Eppure, con ogni sorpresa per certi aspetti sono riuscita a trovarlo persino illuminante. Questo brevissimo estratto è riferito dall’autore alle due protagoniste della storia, Amelia e Becky. Due personaggi agli antipodi, entrambe nel tentativo di sopravvivere, ma con metodi e scale di valori del tutto opposti.

Non voglio certo recensire l’opera di Thackeray, che rimane un bagliore comunque molto blando nel ventaglio delle mie letture recenti. Ma soffermarmi sull’aspetto che mette in luce nel giro di poco più di una ventina di parole; sorprendente se penso essere state scritte nel 1848 e a quanto siano attuali.

Ecco quindi, parto dal presente. Siamo circondati e ripeto, circondati da persone. Tutte diverse, grazie al cielo.

Ma ce ne sono alcune (e per alcune intendo parecchie) che magari mi siedono accanto in treno o mi anticipano alla macchinetta del caffè o ancora con una sguaiatissima risata, starnazzano letteralmente dove c’è un po’ di spazio per loro (perdendo tra l’altro la poca grazia che solitamente le caratterizza). E parlo al femminile perché parlo di persone, ma non solo di ragazze.

Ti lasciano quasi senza fiato con una spigliatezza fastidiosa, un atteggiamento irritante, da far abbassare la faccia al sole, per l’appunto. Magari, e dico magari, ti squadrano anche dalla testa ai piedi, sorprese almeno quanto te, ma del fatto che anche tu non stia facendo notare all’umanità la tua esistenza. E le vedo; le vedo quando spiano sospettose i diversi, nell’inutile tentativo di capire il motivo di tanta pacatezza.

Ecco, magari sono di parte, anzi lo sono sicuramente. Ma io che guardo entrambe le categorie, non posso fare a meno invece di subire il fascino di quella pacatezza.

Il rumore silenzioso delle anime taciturne. Che parlano, ma lo fanno davvero, per dire le parole che serve che si dicano. Che sorridono, ma con denti e occhi. E guardano, e squadrano anche. Ma con una sottigliezza, un rispetto e una riservatezza disarmante.

E non posso fare a meno di pensare allo spazio che almeno fino ad una certa età viene riservato rispettivamente ai due generi. A quanto passi inosservato il secondo, calpestato dalla superficialità del primo. E a quanto da un momento all’altro invece, qualcuno si accorga di quel fiore cresciuto al bordo del marciapiede. Sorprendentemente sopravvissuto, un paio di petali perduti in una pioggia irruente. Ma bello come non mai.

Blocco dell’essere (scrittore).

Non scrivo qui da un po’. Mi succede continuamente di avere questi blocchi.

Ma devo spiegarmi meglio perché in realtà scrivo continuamente, a volte in maniera spasmodica nell’agenda giornaliera al posto degli impegni, a margine del libro in cui dovrei prendere appunti, nello spigolo di foglio che doveva rimanere bianco. Scrivo, scrivo sempre. Mi dà l’impressione di tenere tutto sotto controllo, perché ciò che non tiro fuori a voce, rimbalza frenetico tra i pensieri e la penna. Potrei chiamarla grafomania, ma senza tirare in ballo la sua etimologia, capite bene che finirei per sviscerarla della sua parte più bella. Quindi ecco, solo amo scrivere, senza manie.

I miei blocchi riguardano ciò che scrivo per gli altri. Lo rileggo, lo analizzo, lo censuro. E finisco col dire un’altra cosa rispetto a quella che ero intenzionata a comunicare. E io che di certo non ho una vita del pensiero sedentaria, mi sono chiesta perché faccio in modo di non dire ciò che voglio. E sono arrivata alla conclusione che ciò che vorrei dire, mi risulta così difficile da comunicare, che preferisco non farlo. È lo stesso discorso che evito anche nelle conversazioni tra amici o in famiglia o dovunque mi capiti.

Soffro di una sorta di bassa autostima cronica. Provo a spiegarmi in modo da non passare per una ragazzina in crisi adolescenziale. Diciamo che è una situazione che è andata peggiorando negli anni, da quando ero forse appena una dodicenne spigliata, a ora che ho diversi anni in più e sembro non saper adattarmi a questa realtà.

In realtà molto dipende dal rapporto che ho sempre avuto con il mio corpo. E no, nemmeno questo fa parte di quei capricci da quindicenni con la mania dei 50 kg, e che cominciano la loro prosopopea mal recitata su quanto siano grasse. Ho sofferto di obesità grave per oltre dieci anni. A quattordici pesavo 98 kg. Dire che ho avuto un’adolescenza orribile sarebbe un cliché patetico. Ma è così che è andata.

Bullismo, cyber-bullismo, una solitudine malata in cui nessuno dovrebbe mai trovarsi. Eppure non è di questo che voglio parlare, perché tanti altri ragazzi hanno trascorso le mie stesse situazioni e non cerco certo compassione.

Anche perché un giorno ho deciso di cambiare. Ho versato le ultime lacrime che pensavo mi sarei concessa e sono cambiata. In due mesi ho perso sedici chili. Digiunavo sì, ma quello non era un percorso per imparare una corretta alimentazione, era un modo di anestetizzare il dolore. Meno mangiavo e più ero felice.

Per i due anni seguenti ho fatto costantemente su e giù sulla bilancia, ma mai perdendo di nuovo il controllo della situazione.

Oggi, a quasi cinque anni da tutto quello, non ho certo il fisico di Gigi Hadid, tanto per citarne una. E sto ancora cercando di uscire da una situazione di lieve sovrappeso che ancora non mi fa stare bene con me stessa.

Ma comincio a credere che, a differenza di quanto pensavo fino a poco tempo fa e cioè che eliminando i chili in eccesso sarei stata bene, mi rendo conto che tutto sommato non sono poi riuscita a cambiare così tante cose. Perché oggi quando cammino per strada o incontro nuove persone o mi prendo una cotta per il mio collega di corso, il primo pensiero che realizzo è che non sono abbastanza.
E a nulla valgono le parole che in molti hanno cercato di farmi assumere come medicinali per qualche malattia psichica diagnosticata. Perché io, semplicemente non ci credo.

Nell’ultimo periodo qualche cambiamento lo sto facendo. Mi pongo ogni limite come fosse un muro da abbattere. E uno dopo l’altro lo faccio, li butto giù. È quasi un gioco in cui spingo al limite il mio essere così.

Eppure ci sono giorni in cui tutto è troppo, e solo mi siedo davanti a quel muro e mi ci appoggio sopra a rimuginare su qualcosa. E no, non è semplice, non lo è affatto. Rallento un po’ la corsa, restituisco meno cazzotti di quelli che ho preso, ma non smetto di lottare.

 

 

 

Questione di carta e penna.

Vi siete mai trovati nella situazione in cui mentre scrivete freneticamente degli appunti o un numero di telefono o anche solo la lista della spesa, la penna smetta di scrivere?

Ma certo direte voi, a chi non è capitato. E magari è una cosa davvero importante che state appuntando, non poteva aspettare che finiste quella frase?

E allora comincio a calcare e a ricalcare quei solchi bianchi, ma niente. Ci riprovo ancora, nella speranza che la calligrafica riprenda a scrivere.

Dai l’avevo scelta tra tante perché mi piaceva davvero come scriveva ed ora mi tradisce sul più bello. E poi me l’aveva consigliata il mio cartolaio di fiducia, cosa potevo chiedere di più.

Forte di queste convinzioni, come se davvero quella penna mi dovesse qualcosa, premo così forte che, senza nemmeno un preavviso, il foglio cede.

Magari con qualche imprecazione, la sposto su un altro foglio che ho sottomano e, come se nulla fosse, ignara dei danni che ha causato, la penna riprende a scrivere. La riporto sul foglio di partenza, quello importante su cui proprio non volevo che ci fossero sbavature. La conduco ancora sui famosi solchi e ricalco ancora, perfino nel punto più critico, quello già rovinato.

Non che non conosca i rischi, ma non ho intenzione di riscrivere tutta la pagina, è per questo che ci provo ancora. E come temevo sarebbe successo, la penna fora anche i fogli che sono più in basso.

Subito dopo, sull’altro foglio riprende ancora a funzionare. Potrei usare l’altro magari, ma non è il mio.

E non è nemmeno il mio quaderno, che invece si è strappato e non c’è nessuno che me ne darà un altro.

Ora questa non è una prosopopea di quello che accade mentre prendo appunti in università (anche se, quando succede realmente, qualche imprecazione parte sul serio), ma una metafora a cui sono arrivata qualche giorno fa. Un po’ melodrammatica lo ammetto, ma sono fatta così. E poi ci sta davvero a pennello. Non avevo nulla da fare (che non fosse studiare, s’intende) e ho deciso di tirare un po’ le somme. Avrei potuto scegliere un momento migliore, magari in cui fossi stata emotivamente pronta a darmi un’altra batosta. E invece le rese dei conti arrivano quando non le aspetti più.

Così, ho cominciato dall’inizio, e cosa più sorprendente, sono arrivata alla fine. E mi sono spinta perfino a vedere oltre. Non mi ero mai permessa di sbirciare dietro il sipario, pensavo sarebbe stato pericoloso e magari potevo rimanerne delusa. Sta volta però sto accettando il rischio, e per ora ciò che vedo mi piace. Certo nessuno mi garantisce che lo spettacolo venga cambiato poco prima dell’inizio, ma questo non fa altro che incuriosirmi anche di più se possibile.

Posso azzardare e chiamarla banalizzando, gioia di esistere, ma la sento. Finalmente, dopo anni, la sento.

Magari lotto ancora un po’ perché non sono abituata ad averla come compagna di viaggio, ma pian piano me ne lascio avvolgere, mi prendo quelle carezze che mi sono mancate per anni, bevo assetata le gocce che mi sono concesse, e che per ora sono tutto quello che chiedo.

Tanto per tornare all’incipit (sono particolarmente attratta dalla cancelleria in generale, lo ammetto), forse avrei dovuto cambiare la penna prima che mi strappasse i fogli, o il quaderno che magari non era abbastanza resistente.

O, a scanso di equivoci, sostituirli entrambi.

ἐρημία.

Era un po’ che avevo questo pezzo in stand by nella mia mente. Ero lì a decidere se buttarlo giù o meno, perché per me la scrittura è un confermare qualcosa che si trova inizialmente solo tra i miei pensieri. D’altronde si sa, verba volant, scripta manent; E aggiungerei che le cose pensate se possibile sono ancora più esposte al rischio di essere lasciate lì e dimenticate.

Ecco, quindi scrivere questo pezzo significava prendere consapevolezza che qualcosa c’è ed è reale.

Sono più di due anni che combatto con la mancanza di una persona. Non è stato un fidanzato né un amico, o una via di mezzo, di quelle che vanno tanto di moda oggi. A dir la verità non saprei nemmeno dire cosa è stato, perché a seconda delle prospettive da cui si guarda la situazione, sembra sempre ambigua e con nuovi risvolti che non avevo visto prima.

I primi sei mesi in cui ho avvertito questa mancanza, in realtà ci vedevamo ancora quotidianamente e il rapporto era sempre lo stesso. Eppure avevo quella strana e familiare sensazione in cui sai di avere fisicamente una persona accanto a te, ma in qualche modo è come se non ce l’avessi più. Nulla doveva essere cambiato rispetto al passato, eppure tutto a me sembrava diverso. E dove cercavo di avere conferme che tutto andasse bene, nessuno se la sentiva di darmi queste sicurezze.

Avevo l’impressione che ci fosse qualcosa di veramente raccapricciante dietro tutta quella massa di sensazioni discordi. E purtroppo non mi sbagliavo.

Così, ho cominciato ad indagare da sola, pregando che fosse tutta una mia montatura mentale e non ci fosse nulla di vero in quello che man mano scoprivo.

Le cose che non si incastravano nel mio quadro della situazione, ma allo stesso tempo si inserivano alla perfezione in uno schema molto più grande e macabro di cui io non conoscevo le forme.

Quando alla fine è venuto tutto fuori, per un intero anno credo che a tenermi viva sia stata la rabbia. Non c’è stato posto per nient’altro. E quando anche il mio corpo ha cominciato a cedere a quella, è arrivata la consapevolezza che tutto fosse finito. Terra bruciata, letteralmente.

Ed era angosciante non sapere se sarebbe cresciuto ancora qualcosa dopo quello, dopo di lui.

Dopo due anni e poco più, qualcosa c’è. Germogli di una nuova vita che si impossessa di me a tratti, ed altre volte mi lascia invece come una turista in un deserto sconosciuto.

Ma qualcosa c’è. E oggi è più di quanto mi sarei aspettata; non mi basta, perché non sono una che si accontenta solitamente, ma scorgere un po’ di luce dopo tutto il buio in cui ho vagato, è abbastanza per stare bene adesso. Arriverà il momento in cui mi servirà di più, ne sono certa; ma sto preparando il terreno.

Oggi mi fa sorridere come pensavo a questa persona quando tutto andava bene: con le parole che Andromaca riferiva al suo Ettore. E anche oggi, dopo un tempo che da vivere mi è sembrato infinitamente lungo, anche dopo tante altre cose che sono successe, non cambierei una virgola di quello che pensavo.

Perché sì, non è stato difficile ma lacerante accettare che la persona a cui avevo affidato la mia vita, mi abbia voltato le spalle nel modo in cui ha fatto. E perché sì, io non ho problemi ad ammettere le mie colpe e soprattutto a chiedere scusa, anzi.

Ma quella volta non avevo commesso nessun errore, e probabilmente se l’avessi fatto sarebbe andata a finire anche meglio. Forse, e dico forse, col senno di poi avrei sbagliato io per non riconoscere i suoi di errori.

Oggi però, se avessi la possibilità di dirti qualcosa, amico mio, ti direi che mi dispiace per come sono andate le cose; che ti voglio ancora bene nel mio modo sbagliato e irrazionale. E che ti perdono, per tutto.

 

 

Potremmo ritornare.

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Stamane mi imbatto in un articolo su “Il fatto Quotidiano” di Michele Monina in merito all’ultimo singolo di Tiziano Ferro, “Potremmo ritornare” uscito oggi 28 ottobre.

Questo il link dell’articolo https://www.google.it/amp/www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/28/tiziano-ferro-il-nuovo-singolo-potremmo-ritornare-se-queste-sono-le-premesse-dellalbum-caro-tiziano-caschiamo-proprio-male/3127676/amp/?client=safari

 

Premesso che sono stata costretta a rileggerlo per quattro o cinque volte, forse nella speranza di aver travisato il reale significato delle parole di Monina. E invece a quanto pare, avevo proprio ben inteso che chi aveva scritto quell’articolo non aveva la ben che minima idea di cosa si stesse parlando, come se il pezzo gli fosse stato assegnato e non avesse sentito parlar prima di Tiziano Ferro o avesse mai realmente ascoltato un suo pezzo.

Sì perché non riuscirei a darmi un’altra spiegazione a una prova tanto palese di mancata conoscenza in fatto di musica. Considero la critica una cosa non solo legittima, ma a dir poco indispensabile per dare una dritta (si fa per dire) ai canoni di giudizio comuni, che in alternativa si lascerebbero abbindolare da qualsiasi cosa gli si presenti davanti.

Ecco quindi, fatta questa premessa, sono allibita da così tanta avventatezza nel modo di dare un giudizio che si è spinto ben oltre quelle del singolo inedito “Potremmo ritornare”.

Monina ha azzardato fino al punto di tracciare un quadro della carriera di Ferro che, oltre a non essere affatto aderente alla realtà, ignora con un’arroganza che non può permettersi, tutto ciò che c’è appena sotto la superficie.

Il nuovo singolo arriverebbe a “ridefinire il concetto di brutto”, i suoi testi sarebbero nel 90% dei casi senza significato. Nei testi di Tiziano quindi, parole sistemate lì a caso, perché era da un po’ che qualcuno non le ripescava nel nostro dizionario e sarebbe stato un gran peccato lasciarle lì.

Allora, date queste sue sconsiderate considerazioni (e spero che il gioco di parole non gli risulti troppo artefatto, non sia mai che mi accusi di poca creatività), vorrei chiedergli che tipo di musica vorrebbe che ci fosse in cima alle classifiche. Quali le regole che detterebbero il successo di un brano (perché sicuramente ci sono, ma ora come ora sono destinate a soddisfare solo le entrate del management e delle case discografiche).

Sono forse i tormentoni estivi, con la data di scadenza apposta all’ultimo giorno di apertura dei lidi balneari?

O ancora, i brani in lingue straniere che, seppur ampliando il nostro orizzonte musicale oltre i soliti canoni, lasciano ormai poco spazio al cantautorato italiano che riesce a conquistare un posto solo marginalmente?

Ora, tanto per tornare al suo giudizio senza capo né coda, in un pezzo giornalistico a livello letteralmente fognario, in un tentativo di sarcasmo mal riuscito, si spinge addirittura all’autolesionismo, cominciando a picchiare la testa contro gli spigoli di una libreria. E, con appena un pizzico di acredine, mi verrebbe da sperare in una maggiore robustezza dei mobili svedesi.

 

Tengo a specificare che questa mia risposta è stata rifiutata dal giornale senza una motivazione. Tanto per ribadire la libertà di parola e pensiero che ora spopola anche sul web, unica piattaforma su cui ancora si può (o si poteva) ancora esprimere liberamente.

Le regole della felicità.

Una volta ho letto da qualche parte che un uomo che, nonostante le difficoltà che ha dovuto affrontare, rifarebbe tutto ciò che ha fatto, può dirsi un uomo felice.

Ora, quando mi capita di pensare in merito a questo tema e di farmi questa domanda, arrivo alla conclusione di aver vissuto troppo poco per giudicare quello che è stato fino ad ora. E, quasi in un eccesso di modestia nella valutazione della mia esperienza di vita, mi dico che dovrei semplicemente pensare meno e vivere di più.

Ma al di là di questa che è una promessa che non sono mai stata brava a mantenere, se scorro sinteticamente ciò che sono stata fino ad ora, non rifarei certo tutto quello che ho fatto.

Certo, a grandi tratti penso che finirei col fare all’incirca le stesse scelte, ma magari giocherei meglio le mie carte; apprezzerei di più ciò che la vita mi ha offerto; amerei e oserei di più.

E sono pronta a scommettere che chiunque eviterebbe qualcosa o azzarderebbe di più col senno di poi.

Ecco appunto, con la consapevolezza delle conseguenze. Quindi, a chi ha tratto la conclusione che ho citato inizialmente, mi sento di dire che sono balle. Perché non posso dire di essere felice dopo che siano trascorsi forse anni da quando quel momento è passato.

Si è felici nel momento in cui lo si è. Non quando ce ne si rende conto.

Montale oltre i banchi.

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Oggi voglio omaggiare uno scrittore che per me è da diverso tempo un sottofondo letterario che ascolto piacevolmente in ogni circostanza. Sarà che condivido con lui anche il giorno di nascita, ma ho sempre sentito Montale molto vicino a me, ed al mio modo di intendere l’esistenza.

Passa in sordina, con mio grande rammarico, nei programmi scolastici (ma, ahimè, quale autore non subisce all’incirca lo stesso destino?). E la sua poesia viene subito etichettata come “una poesia del dubbio”, dove difficilmente i docenti riescono a trasmettere e a far afferrare ciò che realmente il poeta vuole dirci tramite i suoi versi.

Certo, ammetto che non è di facilissima comprensione quell’agognato senso che si deve cogliere dalle sue poesie. Anzi direi che è tanto più difficile capirlo, quanto più semplice è il linguaggio che usa. Ci trae in inganno, le parole sono a noi familiari; ed anche le frasi che formano, se prese singolarmente, in fondo non sono poi così lontane da quelle che usiamo noi. È proprio qui però il tranello che ci spinge a credere di avere a che fare con poetica di facile interpretazione, velocemente liquidabile.

Chi riesce ad andare poco oltre, a scavare un attimo sotto la superficie, scopre un orizzonte inaspettato.

Personalmente la poesia che amo fra tutte, è “La casa dei doganieri”, pubblicata già nel 1930 e facente parte poi della raccolta Le Occasioni del 1939. Spero vi trasmetta lo stesso fascino che ha esercitato su di me. Buon dodici ottobre.

 

 

 

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

…e vissero (tutti?) felici e contenti.

gattovolpe

C’era una volta. Quante volte avremo ascoltato il famoso inizio di ogni bella favola che si rispetti? Tante, eppure quelle quattro parole erano il preludio di un qualcosa che, ne eravamo certi, stava per trasportarci in un mondo che ci assorbiva e ci teneva sospesi fino all’ultima riga, fino all’agognato “…e vissero per sempre felici e contenti”.

Eppure, di quella forma forse un po’ troppo scontata e surreale, ad appena qualche anno di distanza, ci affascinano molto di più i remake di quelle storie. Le principesse che non aspettano più nessun principe azzurro e dai guai si tirano fuori da sole. O i principi, vanitosi più delle loro consorti, che dimenticano i ruoli che gli spettano.

Basti pensare alla saga di Shrek o alla vendetta di Hansel & Gretel che, da bambini che spargevano briciole dietro di loro, si sono ormai trasformati in coraggiosi cacciatori di streghe, nel film che prende dai loro nomi il titolo.

O ancora al successo cinematografico di “Into the Woods”, tratto dall’omonimo musical del 1986, una rivisitazione di alcune celebri fiabe che centrava l’attenzione sulle conseguenze della ricerca smoderata della realizzazione dei propri desideri.

Insomma ce n’è per tutti i gusti, e ancora oggi c’è chi si lancia nell’impresa di sovvertire i ruoli dei personaggi, per rendere nuove sfaccettature delle loro personalità.

Ed è quello che ha fatto Andrea Camilleri con Ugo Gregoretti, nell’ultimissima sua opera “Pinocchio (mal)visto dal gatto e dalla volpe”.

Con il curioso cambio di costumi del lettore, che passa dai panni del burattino più famoso del mondo a quelli dei due celebri imbroglioni che, forse in una forma a noi troppo familiare, provano (e riescono) a sfruttare l’ingenuità di Pinocchio per i propri fini, catturando così la curiosità di chi legge o vede l’opera (del testo è stata fatta una rappresentazione teatrale di cui Camilleri e Gregoretti costituiscono i personaggi principali).

Ma la cosa che sorprende di più, non è tanto lo spostamento dei riflettori sui due imbroglioni: quanto come, attraverso quel cambiamento, si dia avvio ad un’introspezione psicologica di personaggi che non avevamo mai valutato in modo diverso da quello che ci aveva imposto il Collodi. Due educatori che volevano solo prepararlo alle difficoltà, a non fidarsi di chiunque incontrasse. Così, due figure prive di qualsiasi cenno di stima nei loro confronti, in questa storia quasi si guadagnano l’assoluzione del pubblico.

Certo, ci sentiamo tutti un briciolo superiori al povero Pinocchio, e proviamo anche un po’ di commiserazione per quello strano ragazzo. Ma credo non sia arrogante supporre quanti gatti e quante volpi incontriamo tutti i giorni, e quanti non siamo stati abbastanza maturi da schivare.

Dopotutto, saranno anche due furfanti, ma in qualche modo dovevano pur sopravvivere.   Facevano solo il loro mestiere, e certamente non si possono biasimare le loro intenzioni, se sul loro cammino hanno trovato qualcuno così ingenuo da credere che le monete potessero crescere sugli alberi.